Doping. “Da un punto di vista puramente statistico sì, il ciclismo sta andando molto bene…”

Francia occidentale e Prolungamento portarti, attraverso sei nuovi episodi, nei segreti della lotta internazionale contro il doping. Quali metodi, quali strategie, quali avanzamenti, quali ostacoli? Per quali risultati? In esclusiva, l’International Testing Agency (ITA) ci ha aperto le sue porte, a Losanna, in Svizzera. Creato nel 2018 dopo il scandalo statale sul doping scoperta in Russia, l’agenzia, che dovrebbe porre fine ai conflitti di interesse, ha subito lasciato il segno. Oggi quinta puntata dedicata al ciclismo.

In attesa del calcioil tennis o ilAtleticasolo per citarne alcuni, il ciclismo fa ora parte di un gruppo di oltre 20 federazioni sportive olimpiche internazionali che hanno delegato la quasi totalità del proprio programma antidoping (tranne la gestione dei risultati) all’Agenzia internazionale di test (ITA), una struttura indipendente creata nel 2018, con sede a Losanna, finanziato dal movimento sportivo (attraverso il CIO e le federazioni partner). Un desiderio che ha coinciso con l’arrivo alla guida del bretone David Lappartient e del suo direttore generale Amina Lanaya. Non si tratta di rivivere uno scandalo Armstrong o anche solo sospetti di collusione tra imbroglioni e membri dell’UCI. “Saremmo potuti morire per questa vicenda. Dobbiamo essere più bianchi del bianco”aveva dichiarato, fermo, Amina Lanaya a Francia occidentale, lo scorso gennaio.

13.000 test all’anno effettuati su un target di 1.200 corridori

Da molti mesi l’ITA, con il supporto dell’UCI, sollecita squadre, organizzatori di gare e corridori ad aumentare in modo significativo il loro contributo (altri 2,5 milioni di euro, ovvero 10 milioni in totale, secondo le nostre informazioni, di cui 70 % provengono da squadre di prima e seconda divisione) nel 2023 nella lotta al doping. Tra gli altri obiettivi: sviluppare tecniche di intelligence, che si sono dimostrate efficaci come in l’operazione di salasso (un anello antidoping multisport smantellato in Germania e Austria) ; aumentare la pressione attraverso prove e analisi, in particolare fuori gara, andando oltre i 13.000 test attuali effettuati su un target di circa 1.200 corridori; aumentare il numero di campioni immagazzinati per un’eventuale rianalisi; aumentare il numero di rianalisi su campioni di dieci anni (rispetto agli otto precedenti, durata arbitrata dalla WADA e modifica apportata nel 2015). Perché tutto questo ha un costo.

Un aumento delle risorse messe sul tavolo che arriva in un contesto che difficilmente immaginavamo più possibile, e che peraltro non è sfuggito al Movimento per il Ciclismo Credibile (MPCC): mentre le procedure doping denunciate nello sport sono più numerose nel 2022, il ciclismo ha finora è stato risparmiato da questo aumento. «All’interno delle squadre professionistiche su strada i casi di doping sono addirittura inesistenti nella prima metà del 2022. Inauditi da nove anni. Nessuno dei ciclisti interessati appartiene a una squadra su strada professionistica”leggi il suo ultimo rapporto di giugno.

Tra il 1 gennaio e il 31 maggio gli indagati hanno avuto solo una manciata di casi da affrontare. Questo contesto non è sfuggito nemmeno a Olivier Banuls, ora capo dell’unità ciclistica ITA, ex direttore della Cycling Anti-Doping Foundation (CADF), l’organismo incaricato dall’UCI dal 2008. di gestire il proprio sistema antidoping interno prima del suo trasferimento all’ITA il 1 gennaio 2021, considerato più potente, ma anche completamente indipendente. Lo ascoltiamo:…

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