• Home
  • Morire in bicicletta – Social Cycling

Morire in bicicletta – Social Cycling

0 comments

C’è voluta l’ennesima morte di un ciclista sulla strada, quella di Davide Rebellin il 30 novembre, perché la mia rabbia venisse fuori. La morte in bicicletta sta diventando un luogo comune ma non dobbiamo rassegnarci ad accettarla.

Prendo la bici tutti i giorni, tutto l’anno, per accompagnare i miei figli a scuola o per fare sport. Mi rifiuto di rassegnarmi ad accettare queste morti come danno collaterale di una società tutta automobilistica che non riesce ad evolversi.

Devo ammettere di aver notato negli ultimi anni un’evoluzione positiva nel comportamento degli automobilisti in città (a Losanna, dove vivo). Lo sviluppo di infrastrutture ciclabili adattate e l’aumento del numero di biciclette (la massa critica) hanno avuto un impatto positivo sulla sicurezza dei ciclisti. Vedo anche un’altra causa, empirica, l’aumento degli ingorghi nelle città, che fa diminuire la velocità media delle auto e quindi i rischi per la mobilità attiva.

Ciclismo o gestione del rischio

La situazione al di fuori delle città è molto diversa. È su queste strade che il ciclista si sente meno sicuro, circondato da un traffico crescente, da auto sempre più numerose, più grandi e veloci, protetto da infrastrutture troppo scarse o inadeguate. Come ogni ciclista, nel tempo ho sviluppato una sorta di sesto senso che mi avvisa di potenziali pericoli sulla strada. Rumore di accelerazione alle mie spalle, tipo di auto, profilo del guidatore, previsione di una porta che potrebbe aprirsi sulla pista ciclabile,… Lungi dall’essere infallibile, l’analisi di tutte queste informazioni consente a un ciclista di misurare costantemente i rischi. Perché sì, andare in bicicletta significa gestire i rischi, in ogni momento, rischi che possono ferirci gravemente (come ad esempio 1.350 ciclisti l’anno scorso in Svizzera) o uccidici (39 ciclisti uccisi nel 2021 in Svizzera). Se torniamo alla quota modale, un ciclista ha 16 volte più probabilità di morire sulla strada rispetto a un automobilista, e 48 volte più probabilità di avere un incidente grave. [1]

Lo smartphone durante la guida

Se non hai mai utilizzato il tuo smartphone durante la guida, puoi saltare questo paragrafo. Percorro 6.000 km all’anno e negli ultimi anni ho visto aumentare sensibilmente gli errori di distrazione da parte degli automobilisti dovuti all’uso dello smartphone durante la guida. Se le conversazioni telefoniche, anche con un kit vivavoce, avevano già iniziato a distogliere l’attenzione degli automobilisti dalla strada, l’uso crescente degli smartphone rappresenta questa volta un livello di pericolo molto maggiore. Sappiamo tutti che i progettisti di applicazioni si sforzano di integrare meccanismi di dipendenza per aumentare il numero di volte in cui consulti il ​​​​tuo smartphone e il tempo trascorso su queste applicazioni. Avendo lavorato io stesso nella tecnologia per oltre 20 anni, conosco bene questa economia che si basa sull’attenzione degli utenti. Se questo uso costante dello smartphone crea tanti difetti nella nostra quotidianità (questo è un altro discorso…), il suo utilizzo sempre più diffuso da parte degli automobilisti è allarmante. Non voglio morire per un messaggio WhatsApp, una visualizzazione su Instagram o un like su TikTok.

Prevenzione e repressione

Questo problema è noto a tutti ma cosa facciamo concretamente? Durante i miei 6.000 km di quest’anno non ho visto alcun controllo di polizia. E tu, quand’è stata l’ultima volta che hai visto per strada un controllo della polizia per identificare l’utilizzo dello smartphone alla guida? Dobbiamo organizzare una campagna di prevenzione e repressione per combattere questo flagello.

Non avere paura

Lungi da me dissuadere il ciclismo. Se sei un ciclista, principiante o esperto, ovviamente non devi avere paura e continuare a pedalare, sempre con molta prudenza. E se questo tema ti parla, puoi unirti o sostenere associazioni impegnate nel ciclismo, come Bici professionistica (Losanna, Ginevra,…), o tardi (Vaud, Ginevra,…).

Per concludere, grazie a Denis Maillefer e al suo bellissimo testo sulla morte di Davide Rebellin”E poi un giorno vai sulla strada per morire“. Ha saputo trovare le parole che esprimono esattamente quello che provo dalla morte di questo ciclista. Questa lettura mi ha anche spinto a scrivere questo articolo. L’obiettivo non era quello di accusare nessuno, né di voler rilanciare questa guerra ciclisti-automobilisti che non approvo. L’ho scritto proprio per condividere quello che provo di fronte a queste morti di ciclisti e non per rassegnarmi ad accettarle.

[1] Fonti :
Ufficio federale delle strade (USTRA): Statistica degli incidenti stradali 2021 (Svizzera)
Ufficio federale di statistica: Comportamento della popolazione in materia di trasporti (Svizzera)

About the Author

Follow me


Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

{"email":"Email address invalid","url":"Website address invalid","required":"Required field missing"}